Utopie architettoniche: da Boullé al Corviale

In una lezione che ha abbracciato la storia dell’architettura dal ‘700 ad oggi, ho parlato di diversi progettisti e progetti che non hanno riscontro sul libro di testo. Per questo, li ricordo in questo post, con brevissimi commenti (ognuno è libero di approfondire con il web ma anche  – solo i più coraggiosi! – con dei libri.

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Iniziamo con una delle città immaginarie di A. Sant’Elia, nel primo decennio del ‘900, che sarà da ispirazione per il movimento Futurista (l’architetto muore durante la prima guerra mondiale, purtroppo).

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Passiamo a Le Corbusier, cirva venti anni dopo, e al suo progetto per Parigi, denominato “Plan Voisin”, in cui l’architetto franco-svizzero immagina di radere al suo buona parte della capitale francese e di ricostruirla, separando nettamente le residenze (in enormi palazzoni) dal verde e dal traffico veicolare.
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Negli anni ’50, l0Unité d’Habitation di Marsiglia è la prima applicazione del principio del grande edifico che contiene un migliaio circa di abitanti, dotato di servizi come negozie e asilo. Ogni edificio, nelle intenzioni di Lecorbusier, doveva essere una porzione di città, indipendente dagli altri ma collegata da gardini, percorsi pedonali e grandi vie di traffico veicolare agli altri “blocchi”.

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Ed eccoci arrivati ai fertilissimi anni ’60: gli inglesi Archigram immaginano una città “che cammina”, formata da enormi blocchi che assomigliano alle unitées d’hatibation di Lecorbusier ma in più hanno degli incredibili bracci meccanici con i quali possono spostarsi secondo le necessità. Con lunghi tubi telescopici, ogni blocco può mettersi in comunicazione con gli altri.

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Negli stessi anni, in Giappone, Kenzo tange immagina di risolvere il problema degli alloggi a Tokio con una espansione sulle acque della sua baia, con un enorme asse centrale galleggiante che collega grandissimi edifici a con forme che ricordano, seppur ingigantite, quelle delle abitazioni tradizionali nipponiche.

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Torniamo in italia dove, sempre nei ’60, il gruppo Superstudio immagina la realizzazione di un “Monumento continuo”, una sorta di grande anello vetrato o metallico, che abbraccia tutta la terra, costituendo un enorme segno della presenza umana. Questo intervento fuori scala, che supera con una linea ogni ostacolo naturale ed antropico (guardate in particolare l’immagine in cui attraversa una città esistente) non resterà senza seguito…
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Ed ecci alla fermata finale del nostro viaggio: il Corviale. Un edificio lungo un kilometro, costruito nella periferia di Roma negli anni ’70 su progetto di un gruppo di architetti coordinati da Mario Fiorentino. Un segno fuori scala che non tiene conto né delle esigenze dei suoi abitanti, né di quelle del territorio. Un’utopia che potrebbe aver immaginato Boullé e che, una volta realizzata, si è rivelata, come molti nuovi quartieri (le Vele a Napoli, lo Zen a Palermo, Librino a Catania) troppo lontana dai bisogni degli abitanti e del paesaggio.
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